Tavola rotonda su La Forma della Comunicazione Interventi di Arnaldo Amlesu, Ian Noble, Masayo Ave
Abstract di A. Amlesu
Come tutte le forme comunicative la lettura è un’esperienza sensoriale e relazionale.
È forse la più più difficile a compiersi, dato che la sua relazione tra chi trasmette il messaggio e chi lo riceve è elusivamente virtuale in uno spazio tempo differente e sconosciuto a priori a entrambi.
Il progetto di un prodotto bidimensionale deve quindi tener conto della necessità di capire percettivamente le due entità per avvicinarle il più possibile e gli strumenti a disposizione sono appunto l’impaginazione, le immagini, il colore e la forma.
La forma non è mai casuale. È sempre ragionata, calcolata, a metà strada tra i limiti della stampa e le necessità percettive della comunicazione. La forma fa parte di quel mix di espedienti grafico strategici per convincere il lettore a dedicare parte del suo tempo nella lettura di un testo scritto da una persona estranea, che prima non conosceva e probabilmente non conoscerà mai.
Una volta quando il formato dei quotidiani era impostato dalle rotative tipografiche con la possibilità di una sola piega accavallata (non esisteva ancora il tabloid) tutto veniva giocato sulla dimensione del prodotto in fase di lettura. La spalla, l’editoriale, il taglio alto o basso corrispondevano a precise forme che il quotidiano prendeva a seconda delle varie pieghe che il lettore faceva fare al quotidiano per tenero meglio in mano e poterlo leggere mentre andava al lavoro con una sola mano, perché l’altra impegnata nell’aggrapparsi alla barra di sostegno posta sopra la testa. Ma non solo. Il quotidiano il Giorno interveniva anche sulla forma o meglio sulla dimensione dei caratteri che nel primo paragrafo introduttivo di ogni articolo passavano gradatamente dalle dimensioni dei catenacci introduttivi fino a al corpo otto del testo corrente. Anche se sembrano passati anni luce da allora, l’obiettivo di un libro o di un prodotto editoriale rimane lo stesso di allora: farsi leggere. Ma non solo, farsi conservare e anche rileggere contribuendo a creare quell’atmosfera sensoriale che si è detta all’inizio. La forma deve aiutare la lettura, rafforzare il ricordo.
Ci sono bellissimi libri per bambini ipovedenti le cui copertine e le pagine interne sono ricoperte da materiali che simulano il pelo degli animali e che nell’atto di girare pagina fanno il verso dell’animale in questione. Per non parlare invece dei libri d’arte o fotografici fatti apposta per essere sfogliati in poltrona, sulle ginocchia come ammaliati e ipnotizzati dal loro magico comunicare. O le guide che nella loro forma devono essere comode, tascabili, ma anche facilmente fruibili con cartine che si aprono e permettono all’utilizzatore di capire meglio do ve si trova o dove deve andare.
La forma, la costruzione del libro, la sua rilegatura è quindi un qualcosa che va oltre al banale concetto geometrico di oggetto bi o tridimensionale perché è un mix dei cinque sensi percettivi, capace di generarne un altro ancor più completo e potente nel coinvolgere emozionalmente il lettore. Attraverso la forma il libro riesce a comunica empaticamente con il lettore, con simpatia, con fascino, con eleganza (a seconda del tipo di lettore a cui è rivolto) ancor prima di essere sfogliato.
Attraverso la forma si costruisce all’oggetto libro quello specifico valore aggiunto con cui non solo si distingue dal mucchio ma più facilmente raggiunge il suo scopo: l’essere letto. La forma di un libro è quellò che in realtà appare: mantenere insieme pagine, parole e immagini scritte da un autore al fine di essere viste e lette da un lettore. Un tramite, un ponte che costruisce un’impensabile relazione comunicativa tra estranei.
