Il Reality Show

Reality show di Ramon Dos Santos Sembianza

L’evasione non è più dalla, ma nella realtà. Grandi successi televisivi come Stranamore o meglio ancora Al posto tuo (nella versione di Alda D’Eusanio) si sono cimentati nel difficile compito di soapizzare le storie di vita, proponendo e propinando, programmi “all’aroma di realtà”.
Nel passaggio dalla tv del varietà a quella della verità è stato svelato il grande trucco del piccolo schermo: ri-creare un proprio mondo (quello televisivo) che non per forza coincide con la finzione ma sicuramente col verosimile, ossia con ciò che potrebbe essere; non con il falso ma con la falsità. Non a caso nei quiz il massimo montepremi si vince quando si vogliono risolvere i problemi legati alla controprogrammazione di una rete concorrente.
Il pubblico, vittima onnipotente, ha “incaricato” la tv di produrre le sue illusioni. La televisione ricambia inventando i format. Programmi pensati, sin dall’origine, per essere clonati (naturalmente tenendo conto delle differenze di pubblico nei vari paesi) e quindi distribuiti in tutto il mondo.
La tv entra nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.
Nella fattispecie, il format più rivoluzionario della neotelevisione è il reality show. Vero e proprio fenomeno mediatico scoppiato in Italia nel settembre del 2000, quando Canale 5 ha mandato in onda Big Brother. Trasmissione cult che ha inaugurato una nuova stagione televisiva con un genere che mescola i tratti distintivi di: giochi a premi, talk show, soap opera e naturalmente tv verità. Gli osservatori più critici e più malevoli spiegano l’enorme successo di pubblico avuto dal Grande Fratello, tirando in causa la gran cassa pubblicitaria messa in piedi per il lancio del primo reality italiano. Sicuramente la promozione dell’evento e il dispiego di relazione pubbliche sono servite, ma è più giusto pensare che siano solo componenti del fenomeno.
Le cause di tanto successo risiedono in una serie di fattori che si sono intrecciati fra loro e hanno finito per incoronare la tv vera “regina dei media”. Infatti, il Grande Fratello è stato il primo programma multipiattaforma, che ponendosi al centro del sistema mediatico, ha rimandato, come in un gioco di specchi, spezzoni di se stesso su tutti i mezzi di comunicazione fino a spalmarsi su tutta la programmazione delle tre reti Mediaset.
Se ricordate bene, era possibile avere notizie di ciò che accadeva nella “casa” anche senza possedere una tv. Le immagini circolavano attraverso i telefonini, sulle riviste specializzate o ancora sul web e naturalmente sulla tv a pagamento. Grazie al reality ci si è accorti che i media non vanno più pensati come indipendenti o peggio ancora contrapposti, ma secondo un’ottica intermediale, ossia “linkati” fra loro. Lo stesso vale per i programmi in palinsesto.
L’ipotesi che il successo di questo format si deve soprattutto alla diffusione dei nuovi media, internet in testa, è confermata anche da Ugo Volli : “il reality propone un impiego delle telecamere che le avvicina significativamente al modello delle web cam”.
Più venale ma non di meno importanza è l’aspetto industriale, perché il reality ammortizza parte dei costi di realizzazione, consegnando alla propria rete un nutrito gruppo di ospiti per i mesi avvenire. Nuovi e vecchi volti dello spettacolo andranno a popolare varietà di prima serata, forti della visibilità accumulata.
Sono proprio loro, i concorrenti, l’innovazione più forte del reality, è stata la rappresentazione della loro vita o comunque del loro vissuto la materia stessa del game, tutto ciò ha prodotto due effetti a seconda che i protagonisti fossero persone comuni o vip. I primi sono diventati idoli, i secondi ridiventano uomini e lo spettatore dal canto suo soddisfa due bisogni ormai primari: il voyeurismo e la simulazione.
Due concetti strettamente legati, lo dimostra il fatto che nello stesso periodo in cui si allestiva la Casa del Grande Fratello si diffondeva sul web The Sims, il gioco di simulazione più singolare mai concepito. Lo scopo è quello di fare in modo che l’avatar (l’alter ego di noi stessi sul computer) trovi un lavoro, non litighi con la fidanzata, lavi la macchina, insomma la rappresentazione della banalità più sfrenata. Ma come mai è così appassionante simulare o seguire la vita di un altro?
La rappresentazione del reale (e di conseguenza del banale) non è prerogativa del reality, già Andy Warhol nel suo film Sleep (1963) riprendeva le otto ore di sonno di un uomo, il poeta John Giorgio, scrutato da una macchina da presa insinuante e indagatrice.
Si capisce che non è la vicenda individuale che conta, quanto poter far riferimento, immedesimarsi, in una certa realtà o a un certo modo di pensare. E chi meglio della tv sa filtrare e riscrivere storie vere che alla fine potrebbero essere capitate a ciascuno di noi. Come rivela un’indagine Rai, era proprio l’assenza di trama e la conseguente noia latente che creava identificazione nel pubblico del GF. Guardandolo la sensazione era quella di essere lì, nella casa, sull’isola o in qualunque altro “non luogo”.
Ma il reality fa della contraddizione il suo elemento drammaturgico fondamentale, vip e gente comune superano prove che nella vita reale nemmeno affronterebbero, affermano di tirar fuori lati del loro carattere sino ad allora sconosciuti, piangono perché vogliono tornare a casa e subito dopo gioiscono per non essere stati “nominati”(“Ho votato Kabir Bedi perché apre sempre le noci di cocco e io amo aprire le noci di cocco.” Antonella Elia, L’isola dei famosi 2, 13 ottobre 2004). Paolo Taggi, uno degli autori del reality sopraccitato prova a spiegarci perché: “gli abitanti dell’isola si muovono in quel territorio così post moderno che fa dell’ossimoro l’unico luogo abitabile.”

A cura di

Gerundio
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Roma (RM)

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