La neo televisione

La neotelevisione di Ramon Dos Santos Sembianza

Abituati come siamo ad una televisione che è diventata “di tutto di più” i termini paleotelevisione e neotelevisone sembrano un po’ anacronistici.
In realtà un po’ lo sono ma vale la pena conoscerli per capire come e perché la tv è cambiata.
I due neologismi furono usati per la prima volta da Umberto Eco sulla sua rubrica la “bustina di Minerva” pubblicata sull’Espresso nel 1983. Il semiologo voleva sottolineare il cambiamento epocale che aveva investito la televisione e i suoi affezionati telespettatori nel passaggio dal monopolio della Tv di stato al duopolio determinato dall’ingresso delle emittenti private. Ma come vedremo il cambiamento ha riguardato soprattutto i linguaggi e le modalità espressive influenzando così la vita di tutti i giorni.
Questo perché la tv, la baby sitter più amata dagli italiani, non è sempre stata come noi la conosciamo. Negli anni ’50, nonostante fosse appena nata, aveva già tanti figli di cui occuparsi. Un gran da fare se pensiamo che nell’Italia del dopoguerra, in ogni regione la lingua più diffusa era il dialetto. Questo spiega il successo di programmi come Non è mai troppo tardi, in cui il giovane presentatore/maestro Alberto Manzi con il suo "corso per adulti analfabeti" insegnava a leggere e scrivere, permettendo ad un’intera generazione di italiani di conseguire la licenza elementare senza muoversi da casa.
La televisione di allora instaurava con i telespettatori un rapporto che era la diretta emanazione della cultura cattolica al governo del paese. Il progetto di mamma RAI era chiaro, guidare l’Italia verso la ricostruzione, proponendo dei modelli comunicativi improntati ad una logica pedagogica e moralistica. Nella prassi questo si traduceva in una netta separazione dei generi televisivi per fasce orarie e pubblico, pensando a sigle che scandivano l’alternarsi dei programmi. Il nuovo mezzo era amato dal popolo ma temuto dallo stato, preoccupato che la deriva consumistica già in atto nella tv americana scavalcasse i confini nazionali.
A rileggere i palinsesti di quegli anni sembra di appartenere ad un altro mondo: nessuna trasmissione durante gli orari di lavoro, i programmi per i più piccoli mandati in onda nella seconda fascia pomeridiana, in modo da non avere distrazioni nello svolgimento dei compiti scolastici, dopo di che, tutti a letto presto perché la programmazione terminava alle undici di sera sulle note del Carosello. L’epoca paleolitica della televisione termina all’inizio degli anni ’80 con l’ingresso nel sistema televisivo delle tv commerciali, quelle di Silvio Berlusconi.
Inizia così una nuova era, quella della neotelevisione, che perdura ancora oggi. La definizione di Eco ebbe molta fortuna perché sopperiva allo spaesamento che si era creato in quel periodo: c’era bisogno di capire quale sarebbe stata la televisione del futuro.
La neo tv era dotata di una forte carica emotiva, per cui non voleva educare bensì intrattenere, il palinsesto “a singhiozzo” tipico del passato viene sostituito con una programmazione “a flusso le pause concesse al telespettatore tra uno show d’intrattenimento e una telenovelas si fanno sempre più brevi. Infatti è proprio la nuova natura interstiziale della la pubblicità che con i suoi break scandisce e interrompe il trascorrere della giornata televisiva che ormai va avanti 24 ore su 24. La natura commerciale della neotelevisione influenza tout court le scelte di programmazione, le trasmissioni vengono di colpo pensate per un pubblico di consumatori che abbagliati dallo “splendore della tv” scelgono i prodotti da comprare grazie ai “consigli per gli acquisti”. Si assiste ad una proliferare dell’offerta televisiva e il telecomando diventa indispensabile, si moltiplicano anche i termini entrati nel gergo comune: zapping, prima serata, auditel etc
E’ proprio sul piano del linguaggio che si hanno i più grandi cambiamenti e qui la definizione di Eco lascia spazio ad un altro articolo, De la paléo à la néo-télévision: un approche sèmiopragmatique, a firma di F. Casetti e R. Odin, in cui il termine neotelevisione è utilizzato in modo più ampio. Si parla di una tv che per attirare sempre più audience accorpa più programmi in un unico contenitore e supera così le distinzioni di generi: nasce il talk show.
Un macro-genere che al freddo studio televisivo preferisce un conviviale salotto dove far accomodare ospiti di tutti i tipi e per tutti i gusti (Maurizio Costanzo Show).
La neotelevisione si rivolge ad un target generalista e lo fa impastando discorsi diversi, compresi quelli che la riguardano, finendo per parlare di se stessa. Si è passati così dal macro - genere al meta – genere: programmi ibridi che tra il serio e il faceto intrattengono il pubblico ospitando personaggi televisivi di altre trasmissioni (uno per tutti Buona Domenica).
Oggi la tv generalista è sfidata dalla tv tematica o a pagamento, che è completamente diversa perché organizzata in base a consumi di nicchia (sport, cinema, informazione etc).
In pratica la mamma è minacciata dai suoi stessi figli. I contenuti vengono prima del contenitore, non importa più il canale conta invece il programma che sia un documentario o un reality show il telespettatore sceglie cosa vedere. Una vera è propria rivoluzione del consumo televisivo che potrebbe finalmente far riscattare, come dice Giovanni Sartori, l’ homo videns dalla dittatura del tubo catodico.

A cura di

Gerundio
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