La consulenza peritale si pone come obiettivo quello di attribuire la paternità di uno scritto ad un presunto autore. Per raggiungere tale scopo utilizza una metodologia che, partendo da una analisi preliminare fisica del documento e della grafia, e passando attraverso l’analisi grafologica, porta il perito ad una conclusione circa l’attribuibilità dello scritto che varia in un range tra certezza e l’impossibilità di attribuzione, con vari gradi intermedi.
Per fare ciò il grafologo si serve di scritture comparative, che dovranno essere prodotte dalle parti in misura sufficiente a consentirgli di raccogliere un campione quantitativamente e qualitativamente adeguato di segni grafologici identificativi dello stile grafico dell’autore. Le scritture comparative dovranno essere omogenee, ossia vergate in periodi possibilmente coevi ed in condizioni fisiche (supporto scrittorio, strumento scrittorio) simili alla scrittura in verifica.
Nelle perizie grafiche il grafologo, ancorchè richiesto dal Giudice ad esprimere il proprio giudizio sul comportamento e lo stato di salute dello scrivente, deve resistere ad ogni pressione e rifiutare di rispondere a tali quesiti, non essendo egli competente in settori che anche marginalmene possano inferire conclusioni di carattere medico-psichiatrico.
La metodologia peritale vanta leggi scritturali fisiche, fisiologiche e psicologiche e segue un suo schema che può essere riassunto in questi passaggi: analisi preliminare fisica e strumentale del documento, analisi grafologica delle scritture in verifica, esclusione del giudizio di falso ictu oculi, analisi delle scritture comparative, confronto, giudizio di attribuzione.
Nello svolgere l’analisi grafologica possono essere adottati diversi metodi. Il metodo della scuola italiana, o Morettiano, dal nome di Padre Girolamo Moretti, suo ideatore, si basa sul seguente assunto: impariamo a scrivere imitando il modello calligrafico che ci viene insegnato a scuola. Inizialmente dobbiamo prestare molta attenzione alla riproduzione delle lettere e il nostro gesto ne risulta rallentato, incerto, si tratta di un movimento interamente controllato dalla sfera conscia. Successivamente, una volta impadronitici del movimento, iniziamo a spostare la nostra attenzione sul contenuto di ciò che scriviamo ed il movimento acquista una spontaneità e una maggiore personalizzazione. In questo passaggio il movimento diventa gesto grafico e si sottrae alla sfera conscia per essere guidato dal subconscio. Da questo momento la nostra grafia è grafologabile, perché esprime la nostra personalità e si modificherà nel corso della vita con essa. Il metodo grafologico morettiano coglie quindi non soltanto gli aspetti statici del gesto grafico, la forma di una data lettera ad esempio, ma studia la grafia nel suo aspetto dinamico, come manifestazione neuromuscolare psichica e psicologica dello scrivente.
Il Moretti ha elaborato un metodo per classificare alcune caratteristiche che si rivengono in ogni scrittura, i segni grafologici, e per poterli quantificare attraverso una misurazione in decimi. In tal modo esite un criterio di classificazione univoco per quella che può essere definita la più complessa indagine tra le indagini peritali: l’analisi e comparazione della grafia. La scrittura non è soltanto diversa in ciascun soggetto ma è anche diversa nello stesso soggetto in diverse fasi della vita, richiede quindi un enorme sforzo di attenzione e osservazione per il perito.
In passato la perizia grafica si avvaleva del metodo calligrafico, cioè un metodo che partiva dalla osservazione e misurazione della fisionomia delle lettere, analizzandone il solo aspetto statico. Questo metodo, incompleto perché non indicativo di quegli elementi che permangono nella personalità dello scrivente anche in caso di dissimulazione, ad esempio, è stato sconfessato da una sentenza della Corte di Cassazione (29 dicembre 1959): «Una perizia grafica prevalentemente basata sul metodo dell’interpretazione calligrafica è generalmente insufficiente senza il contributo di una attenta interpretazione grafologica a dirimere il pericolo di errore nel responso offerto al magistrato».
E ancora prima, in giurisprudenza, si registava il rifiuto dei metodi calligrafico e grafometrico, gia’ nella risalente App. Trento 25 maggio 1956 (in Giust. civ., 1956, 25): «Nell’accertamento dell’autografia di una scrittura privata, il metodo dell’esame dell’aspetto dell’esecuzione grafica, basato sul rilievo dell’impronta personale della scrittura, estrinsecatesi nella diversità delle linee della pressione, dell’estensione, della velocità, come quello in formato, ha più sicuri criteri scientifici, dà maggiore affidamento dell’esame grafometrico, sicché in caso di discordanza dei risultati dell’esame condotto con due metodi, sono più attendibili quelli ottenuti con il primo»;
Il perito calligrafo, espressione ancora in uso nella pratica ma corrispondente ad una figura desueta, era un esperto di composizione estetica della scrittura i quali formulavano un giudizio di non identità di mano basandosi solo sul dato formale della comparazione delle lettere e giungendo al limite del paradossale, posto che la prima legge della grafologia è che quando due scritture sono identichè o sovrapponibili esse sono ecrtamente false, ciò a causa della variabilità naturale della grafia. E, pertanto, se i grafologi si trovassero di fronte a due scritture simili in tutto, affermerebbero che si tratta di un falso per ricalco, mentre un calligrafo affermerebbe trattarsi di uno scritto autografo!”
Oltre al metodo calligrafico esiste anche un metodo definito grafometrico, che si fonda su precise regole metriche. E’ una metodologia più quantitativa che qualitativa orientata su base statistica e non dinamica. Il punto di forza del metodo grafometrico, utilizzato da E. Locard, è non considerare la forma statica della scrittura ma i rapporti dimensionali che si stabiliscono fra le forme grafiche in movimento, rapporti che empiricamente si mantengono costanti. Anche questo metodo ha delle contraddizioni, infatti, ad esempio, tutte le firme al di fuori del limite di variazione delle autografe potrebbero essere considerate false. Basti pensare che aumentando la velocità di stesura lo spazio tra lettere aumenta più che in proporzione.
Il metodo grafonomico invece è quello che maggiormente si avvicina al metodo grafologico. Molti periti nella realizzazione della consulenza peritale ultilizzano le due metodologie insieme.
Il termine grafonomico deriva dal greco: graphos (grafia, scrittura, gesto grafico), nomos (legge, ordine). E’ una metodologia che impone delle regole scientifiche corrette ai fini della comparazione e del confronto finale. Ma questa metodologia non da spazio ad altri elementi che non siano solo segnaletico-descrittivi, limitando il campo di indagine a raffronti e descrizioni che talvolta possono limitare l’obbiettività e il giudizio dei singoli casi. Pertanto, questo metodo esprime la sua massima efficacia se unito al metodo grafologico.
Questo felice binomio è stato anche accolto favorevolmente dalla giurisprudenza (Cass. 29 novembre 1990, n. 15852): «È noto, infatti, che uno stesso soggetto può variare la propria scrittura non solo col passare degli anni, ma nello stesso lasso di tempo – a seconda che attribuisca allo scritto maggiore o minore significato, o della persona cui è diretto, etc. – e, addirittura in uno stesso scritto. Al metodo calligrafico si è quindi sostituito quello grafonomico, che studia la grafia non solo nel suo aspetto obiettivo, cogliendone anche l’evoluzione, ma in relazione altresì alla specifica scrittura, individuandone difformità e somiglianze e, soprattutto, le caratteristiche distintive, idonee a farne stabilire la provenienza da un determinato soggetto (fattispecie relativa a falsità di un testamento olografo»; e (Cass. pen. 23 ottobre 1990, in Riv. pen., 1991, 871): «In tema di perizia per accertare l’autenticità di una scrittura, il vecchio metodo, in cui il perito procedeva esclusivamente ad una comparazione alfabetica, limitandosi a paragonare tra loro le singole lettere è stato abbandonato, non avendo nulla di scientifico; è noto infatti che uno stesso soggetto può variare la propria scrittura non solo col passare degli anni, ma nello stesso lasso di tempo – a seconda che attribuisca allo scritto maggiore o minore significato o della persona cui è diretto, ecc.- e, addirittura, in uno stesso scritto».
Il consulente grafologico è, dunque, non tanto una figura professionale emergente come è in uso definirlo, ma bensì una figura professionale in evoluzione, che ha preso le mosse da quella più “artigiana” del calligrafo e si è appropriato di una metodologia scientifica per poter approcciare in modo competente la più difficile delle indagini, quella sulla scrittura. Niente è più complesso della nostra scrittura, si evolve e modifica insieme a noi, è lo specchio dei nostri stati d’animo e dei nostri istinti innati, come amava definirli il Moretti. Possiamo mentire con le parole, ma la scrittura ci qualifica per quelli che realmente siamo, oltre le sovrastrutture protettive che ci siamo creati. E’ un compito arduo coglierne l’essenza pur apprezzandone la dinamicità e trasformazione nel tempo. Il grafologo impara a riconoscere l’identità grafica dello scrivente e a smascherarne i tentativi di dissimulazione o di imitazione, e quando gli si appalesano le caratteristiche personali dello scrivente, difficilmente non riesce a individuarne la presenza nelle scritture in verifica. E’ come chiedere a un nostro genitore o amico che ci conosce profondamente di identificarci. Anche se qualcun’altro indossa i nostri panni o si trucca per somigliarci, per quanto, in lontananza, l’occhio possa dirci che le due figure si somigliano, certamente il vero amico che osserva il dettaglio non rimarrà ingannato. Ed è lo stesso per la scrittura. Anche quella imitata dal più bravo falsario o dissimulata con più perizia, non sfugge all’occhio attento di un grafologo competente.
